Alterità, minoranza e informazione.

                                                                                  (clikka per il pdf del numero di novembre di Pass)
Le voci sireniche dei mass media, vere e proprie agende politiche di bit e inchiostro, sono i presagi e insieme i sintomidell’atmosfera culturale, vasti dispositivi confermatori di opinioni. Essi traducono in prasseologia l’ideologia comunitaria, ovvero –  nel travalicare la mera funzione referenziale richiesta – forniscono una rappresentazione del contesto sociale alla quale poi gli stessi attori sociali attingono per interpretarsi.
A ben guardare, tuttavia, se l’orizzonte culturale di riferimento è ineliminabile, ben altra sorte dovrebbe spettare alla trasposizione degli accadimenti; specie se questi ineriscono la relazione autoctono-alloctono. Etnicizzare il pericolo o ghettizzare la minaccia, significa infatti pregiudicare a priori ogni possibilità di dialogo oltre che falsare il giudizio comune entro una cornice narrativa fittizia.
Il razzismo oggi è vivo e vegeto, anch’esso al passo coi tempi, rivestito di scongiuri, annidato nell’esotico e spontaneamente alleato al desiderio di sicurezza, alla rispettabilità sociale. Ebbene, l’impresa alla quale l’apparato giornalistico per primo deve votarsi, è anzitutto la promozione attiva della convivenza interculturale. Parliamo del riconoscimento pieno dell’Alterità al fine di interagirvi con costanza ed elaborare una storia comune.
L’obiettivo, perciò, non può che coincidere con l’incorporamento dello straniero entro il pubblico di riferimento, esonerandolo dal cortocircuito della pietà romanzata o della mera reificazione a notizia appariscente. L’intercultural journalism, filone inaugurato da Kennet Starck, può davvero fungere da slancio pionieristico cui ispirarci; ciò, tanto per l’attenzione dimostrata verso i dettagli interculturali quanto per la fedeltà all’entourage multiculturale.
Non serve, credo, ricordare come il protocollo deontologico della Carta di Roma richiami instancabilmente i media ai principi di non-discriminazione, alla precisione terminologica (migrante non è sinonimo di irregolare!) e  – soprattutto – li sproni ad interloquire con i diretti interessati. Eppure, perlomeno in Italia, persino il buon senso pare latitante.  Nell’era della rincorsa all’aggiornamento spasmodico, dell’accelerazione “superficialistica” e dello scoop, il linguaggio è distratto ed infiamma gli animi più di quanto si possa immaginare. Tacere le storie dei migranti regolari solo perché non fanno scalpore equivale a tradire la realtà proprio come strillare l’immigrazione con il lessico del crimine. Una prassi comune soprattutto in politica, dove si seguita ad impugnare la “differenza” come pretesto per strappare pugni di voti o a tipicizzare l’alterità nella categoria del profugo, “l’infruttuoso esborso economico”.
Un paese che tema lo straniero può dirsi tutto fuorché progredito, ma un’informazione che giochi su queste ancestrali paure è senza dubbio ignorante e criminale. L’appartenenza etnica del giornalista, infatti, non può essere un alibi, essa non inficia automaticamente la narrazione della realtà ingessandola entro una monolitica visione del mondo: la cultura è un prodotto dinamico, in continua evoluzione e ibridazione; un patrimonio in costante arricchimento, espressione di un humus sociale eterogeneo, creativamente complesso e aperto. Promuovere un’informazione consapevole significa anzitutto sposare l’incontro con il “diverso” nel grado più nobilitante e profondo, significa cimentarsi in esercizi di estensione morale assolutamente vitali per un corpo occidentale in caduta libera.   

di Michele Cavejari

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