Schiavi dell’illusione. Quando un paio di occhiali cambia la realtà.


“Dipendenza da internet”. Questa è la particolare diagnosi ad un soldato statunitense, a causa di un utilizzo esagerato (ben 12 ore al giorno) dei Google Glass, in dotazione all’esercito americano.
E’ una notizia ai limiti dell’assurdo, ma più assurde sono le pretese che hanno questi gioiellini made in Google. Ti pongono di fronte ad una realtà virtuale, alterata, stravolgendo letteralmente il modo di comunicare, di interagire e di vedere il mondo reale. Sono state superate le barriere del tempo e dello spazio, ma non è questa la sede per discutere delle conseguenze a cui porteranno questi abusi tecnologici.
Le riflessioni filosofiche pessimistiche trovano in questo caso un’effettiva concretizzazione, dal momento che il confine tra illusione e realtà è stato violentemente frantumato, tanto da impedirci di capire dove termina il primo e inizia il secondo.
Come non può balzare alla mente una delle massime filosofiche liceali, “La vita è un sogno” di Schopenhauer? Riprendiamo a nostro uso e consumo tale sentenza, semplificandone i nodi cruciali.
L’uomo è attore e regista della della propria vita, vede il mondo come lo vuole, lo rappresenta a modo suo. Tuttavia il vero mondo si nasconde dietro ad un velo, il fantomatico velo di Maya. Se si riesce a squarciarlo, il mondo si realizzerà così com’è, dilaniato dal dolore e dalla sofferenza, suoi elementi costitutivi; l’obbiettivo dell’uomo è trascendere da questa condizione per raggiungere una dimensione superiore, il Nirvana.

I Google Glass incarnano questa trascendenza dal reale; ti pongono di fronte ad una realtà “altra”, modificata e modificabile. E’ un dispositivo geniale, poiché distoglie l’attenzione dal mondo, nel bene e nel male. Rientra nel novero dei panem et circenses moderni, dove la demagogia è lo strumento più utile per coprire il malessere generale creando bisogni materiali, scambiati erroneamente per vitali.

L’uomo è così schiavo di ciò che produce, artigiano di un mondo che una volta plasmato non è più in grado di riconoscere, poiché esso stesso diventa parte del processo produttivo. Questa è la condizione finale dell’Homo Faber di Arendt, che solleva un’importante questione etica: non bisogna avere una fiducia illimitata nei confronti delle ideologie umane, soprattutto se per giustificare sé stesse rendono dei scenari terribili, purtroppo reali.
Ecco l’avvento dell’Homo Captivus, ovvero l’uomo del XXI secolo, che mi permetto di ideare data la realtà dei fatti, anche se estremizzata. Questi vive in una doppia condizione, tratta dall’etimologia stessa del termine: “cattivo” per la sua condotta, prigioniero in quanto schiavo di ciò che produce.
Dall’avvento della tecnologia come la conosciamo noi oggi, alla comparsa di diagnosi mediche legate al suo abuso, possiamo trovare una costante presente in tutta la storia dell’umanità: l’uomo è vittima delle sue ambizioni.
La tecnologia è croce e delizia del nostro vivere; nata con lo scopo di agevolare la nostra esistenza, in realtà ci allontana dal mondo, dalle piccole cose che ci circondano. Molto spesso non sappiamo più apprezzare la sincerità di un sorriso o l’altruismo di un gesto; siamo troppo impegnati a cambiare gli abiti per entrare in scena, abili attori esperti nel recitare copioni dettati dalle mode, ma che non sanno più improvvisare nella vita reale.
Ma non è corretto demonizzare i Google Glass, validi strumenti e geniale invenzione, ma si critica l'(ab)uso che se ne fa. Questi ci spingono ai limiti della nostra capacità di distinzione tra realtà e virtuale, tanto da far sì che la vita stessa possa essere vissuta come una grande illusione.
di Anna Munari

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