“Sì l’ho uccisa, per colpa sua”

violenza sulle donne
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“Amore criminale è solo un ossimoro”, ne parla in università Cristina Martini

di Michela Sperandio

Impossibile accostare i termini, del tutto opposti, amore e violenza. Se c’è violenza non c’è amore, se c’è amore non c’è violenza. Questo uno dei temi trattati durante la conferenza in università del 29 novembre scorso dal titolo “L’ho amata da morire”, tenuta da Cristina Martini, educator e ricercatrice di ProsMedia, il gruppo di analisi interculturale dei media del Centro studi interculturali dell’università di Verona.

Il 25 novembre ricorre la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, giornata necessaria per sensibilizzare le persone sulla gravità di questo fenomeno, ancora attualissimo, che colpisce quotidianamente le donne di tutto il mondo. Ci si chiede cosa si faccia di concreto per combatterlo mentre si spendono belle parole sui social a difesa delle donne. Come ha fatto notare la Martini, pur essendo nel XXI secolo, ci sono stereotipi che ancora dominano le nostre menti e guidano i nostri comportamenti: l’uomo è forte, la donna debole; l’uomo non piange, la donna è sensibile; gli uomini parlano solo di sport, le donne parlano solo di moda; l’uomo è cacciatore, la donna è preda. È da questi pensieri che poi nascono le azioni. Le pubblicità moderne, inoltre, contribuiscono a veicolare questi stereotipi, infatti molte di queste dipingono la donna come strumento, come oggetto, come mezzo per vendere qualcosa.

pubblicità dolce e gabbanaResponsabile di questo tipo di spot oltraggiosi anche famosi marchi italiani citati nel corso della conferenza, tra i quali Dolce e Gabbana (foto), i quali, attraverso i media, diffondono più o meno consapevolmente messaggi sbagliati e irrispettosi nei confronti della donna. “Prima quando trasmettevano la pubblicità cambiavamo canale, adesso durante la pubblicità guardiamo i social network, questo indirizza i nostri pensieri”, su questo ci invita a riflettere la dottoressa Martini e a segnalare all’Istituto di autodisciplina pubblicitaria se ci imbattiamo in spot di questo tipo.

I dati parlano chiaro: le violenze sono qualcosa di purtroppo ancora attuale. “2333 donne violentate da gennaio a luglio 2017 ad opera di 1534 italiani e 904 stranieri. 117 vittime di femminicidio nel 2016 e, a parte il 25 novembre, nessuno sembra curarsene”.

I colpevoli, nella maggior parte dei casi, cercano di giustificare il loro crimine come conseguenza di comportamenti scorretti della partner. Le scuse più frequenti sono il raptus, i problemi economici, i tradimenti e la gelosia. In questo modo la donna non risulta mai totalmente vittima, ma sembra condividere in parte la colpa. “La corresponsabilità, in questi casi, non può esistere: uno è il carnefice, una è la vittima”, ha affermato Cristina Martini. “La malattia mentale è un comodo pregiudizio, le persone che commettono violenza sono persone lucide, che programmano la loro azione e non può essere quindi usata come giustificazione”, queste le parole tanto forti quanto giuste della Martini.

Nei telegiornali si sente spesso: “L’amava tanto da arrivare ad ucciderla, è un bravo ragazzo, sicuramente è stato un raptus”, frase che, come sottolinea Cristina, è piena di contraddizioni infatti “Se un uomo uccide non è un bravo ragazzo, ma soprattutto non ama”.

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