Porto alla Luna un pezzo di te

“First man” di Damien Chazelle, da oggi al cinema

di Beatrice Castioni

 

 

Questa è la storia di un uomo che cambiando il punto fisico dal quale osservava il mondo, è riuscito anche a cambiare la sua prospettiva. Sì, perché dalla Luna è tutto diverso: silenzio palpabile, meraviglia davanti all’inusuale spettacolo ma al tempo stesso tensione e timore che qualcosa possa andare storto. Allontanarsi da ciò che conosciamo può essere il modo migliore per ridimensionare le priorità della vita, e l’americano Neil Armstrong, il primo uomo che mise piede sulla Luna nel 1969, deve aver combattuto quotidianamente tra due fuochi. La famiglia, una moglie devota e i figli, un lutto avvenuto troppo presto; la carriera, la determinazione a tentare qualcosa di nuovo fino a farcela. Tutti dovremmo avere la possibilità di fuggire su un Apollo 11 per poter riflettere e capire ciò che veramente è indispensabile per noi.

Questo è il messaggio che il regista francese Damien Chazelle voleva comunicarci, al di là della famosa storia dell’astronauta che è rimasto un eroe nell’immaginario collettivo e che ha reso l’America all’avanguardia dal punto di vista scientifico-tecnologico. Non si tratta solo di un viaggio sul nostro satellite, ma anche di una celebrazione delle tecniche cinematografiche: frequente l’utilizzo della camera a mano che conferisce un’atmosfera da documentario e ci permette di avvinarci ai personaggi più intimamente. La soggettiva che rende lo spettatore il protagonista della scena è una scelta molto interessante, se si considera la magistrale fotografia che ci regalano le inquadrature nello spazio. Infine una particolare menzione alla tavola cromatica scelta da Chazelle, che già nell’apprezzatissimo “La la land” aveva dato prova di saper giocare sapientemente coi colori e il loro significato.

In “First man” ogni scena si muove su colori opposti e complementari che nascondono una motivazione; basti pensare alla scena nella quale Armstrong (interpretato da Ryan Gosling) guarda negli occhi la moglie Janet (Claire Foy) al di là di un pannello che li divide, una volta tornato sulla Terra e tenuto in isolamento. Gli abiti di lei sono complementari alle pareti della stanza di lui, e viceversa. Un piccolo esempio per far capire quanto il regista sia stato attento nel restituirci un prodotto tecnicamente e visivamente appagante, che fa leva sulle emozioni e sull’importanza dello sguardo. Da oggi al cinema.

 

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