Ramon Sampedro: camminare verso la vita.

Piccola premessa: non proponiamo questo libro per mettere a repentaglio, inutilmente, idee nate da riflessioni, non dubitiamo, ponderate (anche se il rischio c’è sempre), ma, se fosse possibile, per renderle ancora più solide.

Come?

Magari distanziandoci da esse, per la durata di queste poche righe: perché “chi dubita sa” (giusto Leopardi?) “e sa più che si possa”.

Mare dentro” è la raccolta di lettere e poesie che Ramon Sampedro scrive dal suo “inferno”.

La sua “vita” finisce laddove inizia il suo libro: su quel fondale sabbioso addosso al quale ha sbattuto la testa. È il 23 agosto del 1968 e a causa di un tuffo mal calcolato, si rompe la settima vertebra cervicale: non potrà più muovere né gambe, né braccia. Costretto a “guardare gli esseri umani dal basso” disteso su un letto, lascia traboccare il mare che ha dentro per bagnare quelle pagine che ora compongono le sue “Lettere dall’inferno”.

 Lui stesso si dichiara come “una testa viva in un corpo morto”.

Sono infatti le sue parole ed i suoi pensieri protagonisti degli scritti; nelle retrovie lascia incidente e dinamiche. Parole e pensieri carichi di desiderio per quella donna che gli è stata tolta, e che continuamente gli viene negata: Libertà.

Libertà che si incarna per Ramon nella morte: “basta che la ragione capisca che a volte la morte è meno spaventosa del dolore che bisogna sopportare per vivere, perché risulti umana e giusta quella libertà”.

Ramon chiede di morire. Guarda senza ipocrisie la sua situazione, e dichiara con quel bastoncino che gli fa da penna tra i denti, che “questa per me non è vita”. Grida, tra i suoi sorrisi dolci e le chiuse cortesi delle sue lettere (“un abbraccio affettuoso”), che “non può morire, né tornare indietro”.

Ha bisogno di aiuto per poter rinascere, aiuto che gli viene silenziosamente negato dallo Stato spagnolo, da molti religiosi e da chi vuol star lontano dalla sacra e contagiosa ‘thanatos’.

“Invano dico loro che no, che sono morto!/ che non posso più parlare come loro/ perché mi sembra assurdo parlare come un umano./ E non mi lasciano essere ne morto ne vivo/ quei pazzi furiosi sconvolti e allucinati” (da “E come parlare d’ amore se son morto?” R. Sampedro).

È nell’aprile del 1993 che reclama l’eutanasia come diritto personale. Per un difetto di forma, la richiesta gli viene negata.

Sembra che molti con il loro silenzio dicano a Sampedro, che una libertà che elimina la vita non è libertà. Ma audace e lucido nella sua volontà è lui stesso che ribatte: e una vita che elimina la libertà, neppure è vita.

Foto, interviste e film (“Mare dentro” diretto da Alejandro Amenabar, 2004) di questa storia vera, ci accompagnano a quel letto su cui il corpo di Ramon è stato incatenato per circa 30 anni. Ma per arrivare al suo pensare sofferente e con lui giungere a quel mare che gli ha dato e tolto la vita, è necessario sfogliare le pagine del suo libro.

Farlo magari lasciando quiete convinzioni anche troppo nette, per riuscire a capire ciò che Seneca sosteneva già nelle Lettere a Lucilio: “la vita non sempre va conservata: il bene, infatti, non consiste nel vivere, ma nel vivere bene”.

Nel 1998, in gennaio, risuona in tutto il mondo la notizia della sua morte. Una morte illegale perché avvenuta segretamente, grazie ad una mano amica.

Qui si chiude la sua sofferenza.

Qui si chiude il suo libro: con un perché a questa condanna alla vita, ancora aperto.

Teresa Giavarina

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