Diritto all’oblio | Vittoria della privacy o Disinformazione?

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                                                                                  (clikka per il pdf del numero di ottobre di Pass)
“Alcuni risultati possono essere stati rimossi nell’ambito della normativa europea sulla protezione dei dati.”
Avete mai notato questa nuova dicitura che appare dopo i risultati di ricerca? Se siete dei cybernauti che usano Google frequentemente, senza dubbio sì.
Una recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha riconosciuto ai cittadini dell’Unione il diritto di essere deindicizzati da Google, il più importante motore di ricerca.
Tutto è nato a Maggio, quando è stato accolto il ricorso di un cittadino spagnolo che chiedeva la rimozione dalla pagina dei risultati di Google di un link che conteneva informazioni giudicate “non adatte, irrilevanti o non più rilevanti”.  L’azienda di Mountain View è stata letteralmente sepolta, in poco tempo, di richieste per la rimozione di contenuti considerati poco adatti.
Per l’UE si tratta di una grande vittoria della privacy, tanto da estendere tale sentenza a tutti i motori di ricerca. Ogni cittadino ha la possibilità di segnalare e rimuovere contenuti scomodi e irrilevanti. Questo prezioso potere nelle mani del pubblico, tuttavia, ha innescato inevitabilmente delle discussioni. Il primo grande intervento contrario a questo provvedimento è stato quello di Wikipedia; omettere informazioni significa condannare il pubblico a perdere un pezzo di storia.
 E’ un diritto inviolabile quello del diritto all’informazione, tanto che la sentenza non ha pienamente considerato l’articolo 11 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (Testo completo consultabile qui http://www.europarl.europa.eu/charter/pdf/text_it.pdf):
“Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la
libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle
autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.
Secondo grande intervento è quello di Luciano Floridi, docente di Filosofia ed Etica dell’Informazione presso l’Università di Oxford. Analizzando la questione da un punto di vista etico, egli sottolinea come l’idea di privacy si scontra  violentemente con il concetto di trasparenza; se un cittadino non ha nulla da nascondere, perché eliminare dei link che lo riguardano?
Se i consumatori gioiscono, Google invece corre ai ripari. Infatti tra le richieste ricevute, ne esiste una percentuale significativa che solleva problemi etici, legali e persino politici. Da qui discussioni sul web, teorie complottiste, e fiumi di inchiostro per giudicare la legittimità o meno del procedimento. Google ha creato un Comitato Consultivo (di cui fa parte lo stesso Luciano Floridi), allestendo incontri pubblici nel Vecchio Continente (l’unica regione del mondo dove al momento si presenta il problema; se fate una ricerca su Google.com i risultati deindicizzati in Europa riappariranno magicamente!) per dare la possibilità anche ai consumatori, come noi, di dare la propria opinione su questo tema spinoso.
Se volete maggiori informazioni su questo tema, linkate https://www.google.com/intl/it/advisorycouncil/. Si parla dei nostri diritti, ed è nostro dovere essere dei cittadini pienamente consapevoli.

Secondo voi possiamo ancora parlare di privacy, quando siamo i primi a condividere ogni momento della nostra vita sui social? Diteci la vostra con l’hashtag #Passunivr!

di Anna Munari

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