Fare ricerca, all’altro capo del mondo

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Venire spediti all’altro capo del mondo per fare ricerca, una foresta tropicale, un’isola sperduta o una comunità isolata, per molti è un sogno che si realizza. Bisogna fare i conti, però, con la realtà.

di Camilla Stefanini

Ambra, dottoranda del Politecnico di Zurigo, fa la spola tra la l’università svizzera e l’ospedale del villaggio di Msambweni, sulla costa del Kenya, dove conduce test sull’assorbimento di ferro. Tra i locali la carenza di questo ione è molto diffusa e a volte così grave da creare seri problemi di salute. Pochi giorni passati ad assistere Ambra nella sua ricerca sono bastati per rendermi conto delle diverse sfide che deve affrontare.

Mentalità

Primo ostacolo: la mentalità diversa. Soprattutto lavorando con soggetti umani, è fondamentale far capire quanto sia importante che ogni step della ricerca sia il più preciso, puntuale e standardizzato possibile. Facile quando si ha a che fare con svizzeri, tutta un’altra storia con gli africani, molto meno legati all’orologio degli europei. Persone che disertano l’appuntamento senza preavviso, altri che arrivano in ritardo di due ore oppure il giorno sbagliato. Date di nascita scritte in formati differenti, con conseguente esclusione di alcuni soggetti dallo studio. Incomprensione, noncuranza o flemma africana? Hakuna matata (“no problem” in Swahili)… Ambra mi racconta inoltre che alcune persone si sono rifiutate di partecipare perché sospettavano che lei operasse magia nera.

Trasporti

I trasporti, altra variabile da non dare per scontata. Naturalmente nei villaggi africani non ci sono tram, autobus o metro, tabelle orarie non se ne trovano. Si scende in strada e si sale sul primo tuk tuk o matatu, minibus colorati e piuttosto scassati dove ci si può ritrovare stipati in trenta. Durante i frequenti acquazzoni, le strade di terra diventano facilmente inagibili per questi mezzi di trasporto, creando ulteriori ritardi.

L’equipaggiamento per fare ricerca

L’equipaggiamento, naturalmente. Per una ricerca scientifica, come nel caso di Ambra, servono centinaia di provette, pipette, piastre, prodotti chimici e soluzioni varie, tutto naturalmente sigillato, da mantenere sterile e a temperature non elevate. La pianificazione pre-partenza deve essere quindi in assoluto dettagliata. D’altronde, stando in un villaggio immerso nella foresta tropicale dove non c’è nemmeno il supermercato, il primo centro dove recuperare materiale scientifico potrebbe essere a qualche centinaio di chilometri. Meglio partire con tutto il necessario e anche di più, stipato dentro enormi e robuste valigie. Sempre incrociando le dita perché passino la dogana.

Elettricità

Altro fattore a creare suspence è l’elettricità, che nei villaggi come Msambweni va e viene in continuazione. Una mattina ci siamo svegliate e in tutto il villaggio mancava la corrente elettrica, arrivate all’ospedale abbiamo scoperto che il generatore nella notte aveva preso fuoco ed era andato distrutto. Abbiamo dovuto caricare velocemente il freezer contenente i campioni biologici raccolti nei mesi precedenti sul furgone e portarlo alla loro casa, dove Ambra e colleghi hanno condotto anche tutte le analisi. L’ospedale è rimasto senza corrente elettrica per almeno un mese.

Problem? Solved

Sicuramente esperienze di questo genere richiedono pazienza, capacità organizzativa e di problem-solving. I preparativi sono minuziosissimi, mi spiega Ambra, si deve cercare di prevedere i possibili imprevisti che potrebbero rallentare la ricerca. Allo stesso tempo, però, sa che non può pretendere lo stesso livello di precisione che avrebbe lavorando a Zurigo. Anche se, finito il lavoro, osservare il sole tuffarsi nell’oceano cristallino seduti su sabbia bianca sorseggiando Dawa, un fresco cocktail kenyano, non è niente male come ricompensa.

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