ScientificaMente, L’esperimento Carcerario di Standford

L’esperimento carcerario di Standford
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Proseguono le uscite di ScientificaMente, la rubrica di gennaio di Pass dedicata agli esperimenti sociali, psicologici e pedagogici con un focus sullo studio dell’effetto Lucifero.  

Tra i vari studi effettuati, uno in particolare risalta quando si analizza in che modo l’uomo può cambiare il proprio comportamento in base all’ambiente in cui vive.

Nel 1971 Philip Zimbardo, allora docente di Standford, decise di svolgere un’indagine sul comportamento umano, prendendo in considerazione un unico gruppo sociale. Per soddisfare questo requisito decise di condurre i suoi studi in un ambiente carcerario ricreato all’interno dell’Università di Standford.

L’insolito studio di Zimbardo si basava sulla teoria della deindividuazione, la quale sostiene che persone appartenenti ad uno stesso gruppo coeso tendono a perdere la propria identità personale, la consapevolezza e il senso di responsabilità. Inoltre, tali circostanze favorirebbero l’insorgere di disturbi antisociali. Se da un lato può sembrare un esperimento pericoloso e alquanto cinico, dall’altro per il nostro ricercatore si trattava di un’esperienza che gli avrebbe poi aperto gli occhi su molte cose.

La ricerca dei candidati per l’esperimento venne effettuata grazie a una semplice inserzione in su un giornale locale. Incredibilmente, attirò ben 75 studenti ma solo 24 vennero selezionati, tutti maschi appartenenti al ceto medio e fra i più equilibrati.

L’esperimento carcerario di Standford

A questo punto vennero spartiti i ruoli di guardie e prigionieri, questi ultimi, costretti a indossare la classica divisa arancione numerata che vediamo spesso nelle serie tv. Le guardie invece indossavano una semplice divisa color kaki, manganello e occhiali da sole riflettenti per impedire che i prigionieri li guardassero negli occhi. Tutte queste accortezze portarono immediatamente alla deindividuazione.

I risultati sono andati al di là delle aspettative. Dopo solo due giorni si manifestarono i primi episodi di violenza da parte dei prigionieri contro le guardie, le quali iniziarono ad intimidirli e a umiliarli. Sempre le guardie, in particolar modo, iniziarono ad abusare del proprio potere peggiorando pesantemente la qualità della vita dei detenuti in maniera a dir poco incresciosa. Al quinto giorno il rapporto dei prigionieri con le guardie peggiorò ulteriormente, mentre le relazioni tra i detenuti i migliorarono, diventando docili e passivi. Arrivati a questo punto, temendo che il progetto potesse degenerare e diventare potenzialmente pericoloso, Zimbardo decise di sospenderlo, ma non senza prima trarne le dovute conclusioni.

Secondo l’opinione dello stesso Philip Zimbardo quel carcere simulato si era commutato, nell’arco di pochi giorni, in una vera e propria prigionia. A seguito di questa esperienza venne formulato quindi quello che oggi conosciamo come “effetto Lucifero”, ovvero il processo tramite il quale l’aggressività è fortemente influenzata dal contesto in cui l’individuo si trova.

Questo studio risultò di fondamentale importanza per comprendere come l’ambiente possa trasformare completamente le persone, tal volta deindividualizzandole e rendendole del tutto differenti da come le conosciamo.

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