Fuori Programma: L’ospite Inquietante

Galimberti e il nichilismo in “L’Ospite Inquietante”
Galimberti e il nichilismo in “L’Ospite Inquietante”
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“Un libro sui giovani, perché i giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male”. Così comincia uno dei libri di maggior successo scritti di pugno da Umberto Galimberti, che prosegue annunciando “L’ospite inquietante”:  il nichilismo.

E continua con “Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita”. Indiscutibile incipit d’impatto, con queste poche parole il grande filosofo e psicoanalista nostrano prepara il lettore per quello che sarà il concetto che caratterizzerà la chiave di lettura dell’intero libro: la perdita dei valori che STIAMO attraversando.

Umberto Galimberti

E così, mentre racconta dell’”analfabetismo emotivo” dei suoi pazienti e del “deserto della comunicazione”, modo nel quale descrive la nostra società e le nostre istituzioni, arriva finalmente a destinazione. Parla infatti di un individualismo esasperato che spesso e volentieri chiunque può per primo ravvisare negli altri, e – ahimè – talvolta in sé stesso. Stiamo quindi parlando di una generazione malata? Secondo il filosofo bisogna fare un passo indietro: “l’uomo, come dice Goethe, è un essere volto alla costruzione di senso e nel deserto – pare proprio piacergli ‘sto deserto a Galimberti – dell’insensatezza che l’atmosfera nichilista del nostro tempo il disagio non è più psicologico ma culturale; ergo il grande accademico punta il dito sulla nostra società di matrice conquista. Un ulteriore passo interessante, questa volta di stampo antropologico, concerne la dimensione dell’interesse dell’individuo rispetto alla sofferenza propria o – ancora peggio – altrui sulle quali ha smesso di interrogarsi “come l’umanità ha sempre fatto”; l’individuo esemplare oggetto del testo infatti non si interroga nemmeno sul senso della propria esistenza, trovandola “insopportabile perché priva di senso”. L’uomo ha quindi bisogno di dare un senso al vuoto – che rappresenta! – sebbene il paradigma scienza-tecnica che ci ha portati alla situazione attuale non glielo permette.

Il libro continua quindi proponendo un interessante parallelismo tra psicanalisi, cristianesimo e il nostro stile di vita. Distinguiamo anzitutto i tre parametri di confronto, che sono passato, presente e futuro. Secondo la psicanalisi un individuo che guarda prevalentemente al passato viene catalogato come depresso, mentre se si concentra prevalentemente sul presente gli viene attribuita una forma di maniacalità. Solo chi è in grado di guardare al futuro viene riconosciuto come sano di mente. Nel caso della religione invece la questione è più semplice: passato peccato, presente redenzione e futuro salvezza. Come ci fa notare l’illustre autore, quest’ultima visione delle cose inculcava implicitamente dei valori nei credenti, valori che oggi non esistono più in alcuna misura. L’individuo nichilista infatti vede buio nel passato, non crede nel presente e non vede il futuro. Chapeau.

Per quanto possa sembrare assurdo questo era soltanto il primo capitolo del libro, i seguenti vanno a trattare nel dettaglio le varie tematiche in questo toccate, collegando in ogni discorso – come praticamente in ogni opera Galimbertiana – la psicanalisi con la filosofia di Nietzsche, Heidegger e Severino. Il risultato? Un testo eccellente che analizza nel dettaglio il male della nostra generazione, scritto da un autore, oltre che illustre, estremamente colto e preparato. Non per nulla si tratta del massimo esponente di tali tematiche.

Piccolo spoiler, Galimberti – come ben saprà chi lo conosce – non da una risposta, una soluzione, ma fa riflettere il lettore; del resto, come spesso ribadisce ironicamente “probabilmente se avete trovato le risposte a tutte le vostre domande, allora forse vi siete posti le domande sbagliate”.

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