Stars and Shame, intervista a Francesco Palermo

assalto a Capitol Hill
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Dopo le svariate lamentele sul 2020, eccoci arrivati a quel 2021 che avrebbe dovuto portare serenità, pace nel mondo, eccetera eccetera (per maggiori approfondimenti basta buttare un occhio sui social) e si cala sullo scenario internazionale un sipario di vergogna proprio sullo stato democratico per eccellenza, almeno teoricamente.

Un 2021 inaugurato da qualsiasi canale dell’informazione con titolazioni del tipo “Aria di Golpe negli Usa: assalto al Campidoglio, è subito stato d’emergenza; interviene la guardia nazionale: svariati arresti, feriti ed alcuni morti a causa di armi da fuoco”. Come se tutti i morti a causa della pandemia dello scorso anno non fossero bastati, in questo nuovo 2021 si muore anche per l’attacco alla democrazia.

Per cercar di far luce e riflettere sull’accaduto, il giorno sabato 9 gennaio 2021, abbiamo avuto l’onore di intervistare il Professor Francesco Palermo, attualmente docente di Diritto Comparato presso l’Università degli Studi di Verona, Senatore del precedente mandato nonché ex collaboratore dell’OCSE, del consiglio d’Europa e dell’Unione Europea a tutela delle minoranze durante la precedente legislatura.

Proprio dalle minoranze folkloristiche statunitensi è partita la riflessione del Professor Palermo che, alla luce dei fatti, evidenzia l’importanza di «capire quanto esse siano diffuse all’interno del paese, e di conseguenza quanto possano essere messe in pericolo le istituzioni di fronte a questo fanatismo; gli altri aspetti da valutare potrebbero essere il comportamento della polizia, il fatto che ci possa essere un’incitazione alla rivolta e così via, però non andrebbe nemmeno esasperato questo aspetto, quanto piuttosto bisognerebbe andare a cercare le radici del malessere che sono un problema più profondo e che rimane».

Parliamo comunque di un malessere che è sfociato in un atto violento; tra i manifestanti erano infatti presenti insorti armati e perfino poliziotti. Da qui non poteva che emergere una digressione sulla questione del diritto a portare le armi, che molti contestano agli USA. L’intervistato tuttavia risponde affrontando la questione con molta profondità. In base alla sua opinione «l’atto di per sé non è incosciente quanto quello compiuto dai fanatici; c’è comunque una forte coscienza della necessità che ci sia questo diritto a difendersi anche con le armi, anche se sicuramente il risultato è sfociato in un qualcosa di illegittimo. Alla base di questo messaggio c’è comunque una riflessione di natura ideologica molto profonda secondo la quale uno stato non può impedire ai civili di possedere delle armi perché queste possono servire eventualmente anche a contrastare l’illegittimità del potere dello stato. Va anche ricordato che il diritto di resistenza, implicito nella costituzione americana, è la traccia evidente del contesto storico in cui nacque».

A questo punto abbiamo spostato l’attenzione sulla marcia populista scatenata da Trump pur di non ammettere la propria sconfitta, atto che lo ha messo a nudo, dimostrandosi pronto a minacciare la democrazia di cui fino a poco prima si definiva fautore. Naturalmente Palermo non poteva che convenire asserendo che «Trump è sempre stato populista sin da subito, ma ora si dimostra sotto un altro aspetto: il populista contro gli ideali di chi dovrebbe rappresentare. Ciò è tipico di tutti i populisti (anche di quelli di sinistra) i quali, tramite questo atteggiamento, riescono spesso e volentieri ad ottenere molto seguito, utilizzando il popolo come mezzo contro il popolo stesso. Non si ammettono mai le sconfitte, è sempre colpa degli altri e c’è una buona fetta di persone a cui piace questo decisionismo. I politici sono sempre l’espressione degli elettori, e se i politici fanno schifo è perché gli elettori fanno dieci volte più schifo».

Si tratta di asserzioni molto forti, ma che veicolano una grande verità. E così il Professore prosegue la sua illuminante analisi cogliendo lo spunto delle parole dichiarate da Mike Pence (vicepresidente del mandato Trump), «queste elezioni americane sono peggiori che nel terzo mondo»; e così risponde il docente «intanto in queste parole si coglie la tipica caratteristica del linguaggio populista trumpiano che va a distogliere l’attenzione sulla realtà dei fatti, da un lato squalificando gli Stati Uniti ponendoli alla stregua dei paesi sottosviluppati, dall’altro veicolando un linguaggio razzista nei confronti del terzo mondo; è qualcosa che si può dire al massimo al bar. Si tratta comunque di un sistema elettorale che ha una sua ragione e che deve mettere insieme i due elementi fondativi del popolo da un lato e degli stati membri dall’altro. Proprio per questo motivo non è prevista l’elezione diretta e i voti popolari devono mettere in moto le dinamiche previste dal tipo di stato, federale per l’appunto. Non sono state elezioni meno regolari rispetto alle precedenti, ma molto tumultuose nei toni utilizzati. Da una parte si palesa il Trump che si sta svelando sempre di più per ciò che è, mentre dall’altra un Biden che si è sempre posto come un candidato pacato e che cerca di caratterizzarsi per uno stile opposto; ovviamente ha fatto bene dal punto di vista strategico. Non lo trovo assolutamente un sistema elettorale sottosviluppato, ha una sua logica e bisognerebbe capirla».

Non c’è dubbio che le vicende sortiscano un inevitabile eco anche nella Russia di Putin. A tal riguardo in un articolo de ‘La Repubblica’ del 7 gennaio di Molinari, si può leggere che «non c’è alcun dubbio che a brindare ieri sera ci sia stato Vladimir Putin, il leader del Cremlino». A tal riguardo il nostro autorevole intervistato commenta come segue.

«C’è sicuramente un ampio movimento che mira in realtà a contestare le radici stesse del liberalismo democratico; Putin lo ha addirittura teorizzato, affermando che la democrazia liberale è finita ed è necessaria una nuova modalità di governo. C’è anche una base teorica su questo. Certo è che con il liberalismo democratico e simili ci riferiamo a meccanismi affinati durante secoli di lotta sociale, ma che come tutte le creazioni umane non sono eterni e quindi si possono modificare; e si modificano. In questo momento stiamo vivendo una fase di scontro tra due visioni del mondo, fondate su due ideologie diverse. La prima è quella consolidata a partire dal secondo dopoguerra, con una forte spinta verso la direzione liberaldemocratica in cui il potere controlla il potere, con tutta una serie di delicati meccanismi. Sull’altro fronte troviamo invece il rapporto diretto tra l’eletto e il popolo, diffusa in una fascia facilmente collocabile geograficamente all’interno del territorio di Russia e satelliti ex URSS o comunque dell’ex patto di Varsavia, fino alla Turchia. È abbastanza evidente che questi paesi abbiano sposato quest’ultima ideologia e che la stessa trovi un certo riscontro popolare».

A seguito di questa necessaria delucidazione, il docente prosegue quindi «Sicuramente Putin ha pertanto un certo interesse a destabilizzare o comunque a tener le cose sotto controllo, stuzzicando gli altri partner internazionali, cosa che sta facendo anche con l’Europa».

Prima di arrivare al punto clou del discorso, l’intervistatore ha aperto una parentesi relativa al blocco sui Social di Trump che, se in un primo momento aizzava la folla alla rivoluzione, a cose fatte ha rilanciato un tweet in antitesi con i precedenti, chiedendo ai propri followers di controllarsi. È stato quindi chiesto al docente se fosse la cosa giusta rispondere all’oppressione con l’oppressione. Segue il commento di Palermo. «È molto interessante tutto ciò ed è un tema ricorrente nelle democrazie: quanta tolleranza si può avere contro l’intolleranza? Ma del resto con un presidente uscente chi detiene il maggior potere? Ora che la barca affonda, tutti abbandonano la nave e sarebbe un ulteriore spunto di riflessione capire quanto potere possano avere i social network rispetto ad un sistema istituzionale, soprattutto in queste circostanze di fragilità. Io non credo che l’amministratore delegato di Twitter piuttosto che di Facebook abbia meno potere del presidente degli Stati Uniti; sicuramente non quello militare, ma altrettanto certamente la loro incidenza può mettere in discussione su ampia scala un sistema elettorale un po’ cervellotico come quello statunitense. Per quanto riguarda il tweet di Trump che richiamava alla coscienza gli insorti c’è poco da dire, si è dimostrato per niente credibile».

In fine, chiarito il contesto, è arrivato il momento di affrontare la tematica centrale: l’impeachment. «Prima di arrivare al punto è necessario puntualizzare alcune cose sulla costituzione americana; si tratta infatti di una costituzione molto antica e basata su molte cose non scritte, ciò è voluto perché deriva da una tradizione britannica – di matrice common law, appunto – per di più derivata da un’epoca molto lontana, a differenza delle costituzioni più recenti – ben più lunghe ed articolate. Chiaramente si tratta di un sistema che può funzionare solo se c’è un consenso sociale su una serie di regole non scritte. Una di queste è l’alternanza democratica».

Chiariti quindi i meccanismi insiti in una costituzione molto lontana dalla nostra – sia di matrice sia di età – il Professor Palermo si pronuncia come segue sull’impeachment; «Secondo la costituzione americana esistono due procedure; la prima, secondo me inapplicabile, si basa sull’emendamento 25 relativo all’incapacità del presidente di esercitare le sue funzioni per motivi di salute. A questo punto il vicepresidente dovrebbe comunicarlo al Congresso, il quale ne deve prendere atto. Tutto ciò, oltre che a non essere applicabile, farebbe un favore a Trump perché sarebbe come una provocazione sulla sua capacità di intendere e volere. Dopodiché esiste l’impeachment per espressione di voto anch’esso inapplicabile per motivi temporali e procedurali; ad ogni modo prevederebbe che la Camera dei rappresentanti – che esprime la volontà popolare – esercitasse il ruolo penale, decidendo per maggioranza semplice di mandare a processo il presidente per degli atti riconducibili ad un reato. A questo punto il Senato – che rappresenta invece gli stati in modo paritario – deve votare con una maggioranza di due terzi; è proprio a questo punto che ci si imbatte nella maggior difficoltà, perché raggiungere i due terzi è improbabile. Ma poi nessuno pensa che sia possibile rimuovere un presidente 10 giorni dopo l’insediamento del nuovo; si tratta quindi dell’utilizzo di uno strumento giuridico con una funzione propriamente politica. La cosa paradossalmente ironica è che il presidente in quanto tale è dotato del potere di concedere preventivamente la grazia per qualsiasi reato gli potesse essere contestato. È una sorta di cortocircuito costituzionale. Chiaro che ciò può facilmente portare ad un abuso di potere».

Nata come un’intervista, si è trasformata in una vera e propria lezione di diritto comparato, ma del resto che altro potevamo aspettarci dall’illustre professor Palermo? Sicuramente si è trattato di un intervento impegnativo che ha molto da insegnare e che fa riflettere. A questo punto chiesto al docente di trarre delle conclusioni.
«Lo aveva detto una volta Giovanni Sartori, il grande politologo, che la democrazia degli Stati Uniti funziona, non grazie alla costituzione, ma nonostante la costituzione. La mia considerazione è che il sistema in questo caso ha sicuramente dimostrato alcune delle sue fragilità, ma non è il solo sistema che mostra fragilità, se si rompe il patto di etica politica costituzionale che sta alla base di una convivenza organizzata, è molto difficile che le regole possano sanare queste rotture; succede ovunque – negli Stati Uniti in maniera soltanto più visibile – che i sistemi funzionano a condizione che il substrato sociale sia solido. Durante il mandato di Trump abbiamo visto solamente un continuo attacco a questo contratto sociale alla base di ogni cosa».

Nel frattempo, a distanza di poco più di una settimana la Camera ha approvato, con 231 voti a favore e 197 contrari, la richiesta di impeachment nei confronti di Donald Trump presentata dai democratici per aver incoraggiato i suoi fan ad assaltare il Congresso e impedire la certificazione della vittoria di Joe Biden. A questo punto la procedura passerà al Senato dove si terrà una processo vero e proprio con le procedure previste dalla costituzione.

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Una risposta

  1. 2 Febbraio 2021

    […] In tutto ciò, cui prodest? Risposta: se possiedi sufficienti informazioni su un dato campione di persone, puoi facilmente veicolarne le scelte di ogni genere (vedasi Scandalo Facebook-Cambridge Analytica e affini). Ne approfitto per recuperare una frase emersa dall’intervista con l’ex senatore Francesco Palermo nel mio precedente articolo. […]

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