Mistero dietro l’angolo: Molto forte, incredibilmente vicino

molto forte, incredibilmente vicino
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“Molto forte, incredibilmente vicino” non è solo Oskar o sua nonna, ma è tutti noi: che fossimo dentro la culla o davanti a quel televisore in diretta internazionale. È forse questa la chiave del successo di Jonathan Safran Foer, che nel 2005 fu uno dei primi a scrivere di uno dei giorni più neri dell’America contemporanea.

Quello che ha realizzato lo scrittore non è solo un libro, ma un vero e proprio percorso a cui prendere parte. Ogni evento risulta estremamente verosimile, dal momento in cui si evita ogni espediente letterario da favola o lieto fine, che potrebbe solo crollare nella cornice della “Storia con la S maiuscola” di due eventi epocali: la caduta delle Torri gemelle e la Seconda guerra mondiale.

Spero non siate alla ricerca del classico romanzo di pagine e pagine di parole in cui perdersi, perché con Oskar si realizza una lettura interattiva: si guarda immagini, si analizza lettere, si riascolta vecchie leggende metropolitane e si investiga su un presunto mistero da risolvere. Le indagini del bambino sono forse tutta una sua suggestione, partita da una chiave misteriosa dentro un vaso, ma lo porteranno indietro nel tempo fino a seguire un cerchio che si chiude.

Difatti fra un capitolo e l’altro si viene catapultati nella realtà del secondo dopoguerra, nel disagio di ritrovare il proprio posto in un mondo surreale, a metà fra realtà (di ciò che è rimasto) e finzione (di ciò che si vuole scordare). New York così è popolata da personaggi contraddittori: un uomo muto con tatuate sulle mani le parole “sì” e “no”, che vuole dimenticare cosa sia l’amore anche se accetta di vivere con una donna, e una donna che vuole eliminare ogni traccia delle sue origini tedesche ma che si avvicina a chi fa parte del suo passato .

Questi continui cambiamenti temporali conferiscono al libro un’impostazione quasi cinematografica, e talvolta, assieme a un linguaggio mistico che propone gli eventi in medias res, rendono necessario avere una mente molto visuale.

Questa confusione però è estremamente funzionale, perché, come detto all’inizio, questa non è solo la storia di Oskar ma di tutti noi e per capire al meglio il ragazzino è necessario calarsi nei suoi panni e nella sua sensazione di smarrimento, che trova rimedio nel programmare un obiettivo e inseguirlo per le strade della Grande mela, fra tutti i campanelli con il cognome di un certo Black.

Così Foer con la sua New York ci vuole proporre una metafora della modernità, molto spesso amara e banale, e nella quale le piccole storie ordinarie dei singoli soccombono in qualcosa di grande e catastrofico. Una sorta di anti-epica, dove gli eroi devono essere autorizzati da una divisa e camioncino rosso, e i combattenti idealisti vengono messi da parte. Ciò però non sbiadisce il sentimento “molto forte” verso i propri cari, anche quando non sono più con noi, nonostante ci renda solo “incredibilmente vicino” a loro, ma mai con loro. Tutti noi siamo Oskar mentre rincorriamo il padre per le strade di New York.

P.S. Questo libro è arrivato in un momento molto particolare della mia vita, avevo 14 anni. È stata la nonna di Oskar a farmi capire quanto sia importante dire “ti voglio bene” ai propri genitori. Un gesto forse banale, ma che non lo è mai di fronte alla morte. Di lì a pochi mesi persi mio padre. Per una volta avevo fatto una cosa giusta in tempo.

Non le avevo mai detto quanto le volevo bene. Era mia sorella. Dormivamo nello stesso letto. Non era mai il momento giusto per dirlo. […] Pensai di svegliarla. Ma non era necessario. Ci sarebbero state altre notti. E come si fa a dire ti voglio bene a una persona a cui vuoi bene? […] È sempre necessario. Ti voglio bene.

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